Wadhams: “C’è un genocidio nell’Artico”

La Stampa / di Carla Reschia

Ospite del festival Trieste Next, l’oceanologo britannico Peter Wadhams torna a lanciare l’allarme per il cambiamento climatico. “Lo scenario è in rapida evoluzione, più rapida di quello che si pensi”. 

Le conseguenze per il clima sono almeno due: la diminuzione dell’albedo e la fine di un importante effetto di condizionamento dell’aria. Oltre a uno sconvolgimento che sta mettendo in grave difficoltà anche le popolazioni locali, gli inuit.

Un Artico senza ghiaccio anche nei mesi invernali, temperature che in Europa entro la fine del secolo aumenteranno di quattro gradi e che già molto prima nei mesi più caldi renderanno inabitabili intere aree del Sud del continente, danni alle coltivazioni con carestie e inondazioni, quindi meno cibo per una popolazione sempre più numerosa. E ovviamente a farne le spese saranno i più poveri e quindi il fenomeno migratorio aumenterà in modo esponenziale. Uno scenario che potrebbe diventare realtà nel giro di pochi decenni, già nel 2050, o forse ancora prima.

Ospite di Trieste Next, il festival dedicato alla ricerca scientifica che quest’anno affrontava soprattutto ma non solo il tema dei Big data, l’oceanologo britannico Peter Wadhams torna a lanciare l’allarme per il cambiamento climatico, prendendo spunto anche dal suo nuovo libro, “Addio ai ghiacci – Rapporto dall’Artico”, edito in Italia da Bollati Boringhieri. Gia responsabile dello Scott Polar Research Institute di Cambridge e a capo del Polar Oceans Physics Group, Wadhams, che dal primo ottobre è visiting professor al Politecnico di Torino, è uno dei massimi studiosi del Polo Nord e ha al suo attivo oltre 50 spedizioni polari di ricerca realizzate con sottomarini, AUV, rompighiaccio ed aircraft.

Da questo osservatorio privilegiato fin dagli Anni ’90 denuncia, per lo più inascoltato, i rischi del cambiamento climatico che ha e ha avuto modo di osservare in prima persona durante i suoi studi. “Purtroppo – dice – spesso gli scienzati sono troppo lenti e i gioverni si rendono conto del rischio, ma non osano, e non riescono a fare nulla. Quando non intervengono direttamente per negarlo. Dall’accordo di Parigi la situazione è addirittura peggiorata e lo scenario è in rapida evoluzione, più rapida di quello che si pensi. Ad esempio, la situazione dell’Artico prevista per il 2100 si è già verificata nel 2012″.

Quando si parla di un Artico senza ghiaccio, infatti, non bisogna pensare solo agli orsi polari alla deriva, ma anche considerare le ricadute sull’innalzamento dei mari, l’inquinamento da metano e l’accelerazione impressa al riscaldamento globale.

Che, spiega Wadhams – non è solo legato all’anidride carbonica ma anche allo scioglimento dei ghiacci. Che una volta si scioglievano solo in primavera, ora tutto l’anno e quindi non fanno in tempo a riformarsi. E il ritiro dei ghiacci pluriennali innesca un meccanismo senza ritorno perché porta alla loro sostituzione con il ghiaccio stagionale. Quest’ultimo, però, raggiunge uno spessore di nemmeno un metro e mezzo e quindi è destinato a sciogliersi non appena la temperatura sale. Quest’anno, in un solo giorno, in Groenlandia ne sono svanite 12 miliardi e mezzo di tonnellate, un record.

“Studio l’Artico dagli Anni ’70. Da allora il ghiaccio si è ritirato così tanto che il suo volume durante l’estate è un quarto rispetto ad allora. E la sua composizione è cambiata, è quasi tutto appena formato, rimane solo una piccola parte di quello più vecchio”.

Le conseguenze per il clima sono almeno due, spiega Wadhams. Una è la diminuzione dell’albedo, ovvero quella parte di radiazione solare proveniente dallo spazio che viene riflessa indietro e dunque un aumento della temperatura globale, in un ordine di grandezza equivalente alle conseguenze degli ultimi 25 anni di emissioni di anidride carbonica. L’altra è la fine di un importantissimo effetto di condizionamento dell’aria: le masse di aria calda entrando a contatto con i ghiacci cedono calore e mantengono la temperatura della superficie dell’acqua entro gli 0 gradi. Senza il ghiaccio, la superficie dell’acqua arriva a scaldarsi fino a 7 gradi, trasferisce il calore agli strati sottostanti arrivando a causare in mare aperto anche lo scioglimento del permafrost, ovvero quei sedimenti congelati dei fondali marini, rimasti indisturbati dall’ultima era glaciale. E questo evento rilascerà enormi quantità di metano, un gas serra con un effetto di riscaldamento, per singola molecola, 23 volte maggiore dell’anidride carbonica.

Uno sconvolgimento che ha provocato il genocidio – “non esito a usare questa parola”, sottolinea lo scienziato – delle popolazioni locali, gli inuit, il cui stile di vita tradizionale è stato annientato. Anche se, racconta Wadhams, si stanno adattando in qualche modo e sulle slitte ora hanno messo i radar in modo da potersi segnalare a vicenda quando il ghiaccio diventa troppo sottile.

Wadhams sottolinea anche gli effetti disastrosi della politica, in particolare di quella statunitense e l’importanza della mobilitazione. “Permette di aumentare la consapevolezza su larga scala. Soprattutto sensibilizza i politici che tendono a non applicare misure gravose, che alienerebbero l’elettorato. Detto questo, ridurre le emissioni al 2 per cento non basta – spiega – perché l’anidride carbonica resta nell’aria”.

Eliminarla è la sfida successiva e strettamente collegata alla riduzione delle emissioni. Wadhams dice che ci sono alcune tecniche innovative tra cui una messa a punto in California che permette di trasformare l’anidride carbonica in rocce artificiali. “Ma se ne dovrebbro eliminare 40 gigatonnellate e al momento si arriva solo a poche tonnellate. Inoltre negli Stati Uniti c’è una guerra in corso tra gli scienziati e il presidente. Che ha speso un miliardo di dollari per una campagna contro il cambiamento”. E questo, conclude l’oceanologo, “lascia poco spazio all’ottimismo”.