«Sul clima la partita è ancora aperta»

Il Sole 24 Ore / di Guido Romeo

«Non si può puntare solo sull’adattamento, occorre agire sulla mitigazione, al più presto» L’oceanografo Peter Wadhams conserva la speranza. E spiega i rischi per l’umanità.

«La partita del clima è ancora aperta»: non ha dubbi Peter Wadhams, oceanografo, capo dell’unità polare dell’Università di Cambridge e membro dell’Ipcc, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico. Negli ultimi anni lo scienziato non si è risparmiato nel denunciare la gravità dell’impatto della crisi climatica nelle zone artiche, partecipando anche alla produzione del documentario Hbo “Ice on Fire”, narrato da Leonardo Di Caprio e presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes. I dati, purtroppo, sembrano dargli ragione perché proprio negli scorsi giorni, le rilevazioni satellitari hanno mostrato che l’estensione della calotta artica è nuovamente scesa sotto la soglia dei quattro milioni di chilometri quadrati, avvicinandosi al minimo degli ultimi 138 anni toccato nel 2017.

Di fronte a questi numeri, la sfida di contenere l’aumento delle temperature entro i 2 °C posta dall’Accordo di Parigi, appare a molti una battaglia persa, ma non a Wadhams: «Dobbiamo assolutamente investire nella mitigazione perché parlare solo di adattamento a temperature più alte significa semplicemente rassegnarsi al declino dell’umanità e all’innalzamento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera. Dobbiamo abbattere il livello di anidride carbonica nell’atmosfera come abbiamo spiegato nel documentario e, allo stesso tempo, ridurre le nostre emissioni».

Una delle zone più a rischio è il Polo Nord che, diversamente dal Polo Sud non ha terre emerse. La riduzione della banchisa in estensione e spessore, infatti, sta facendo aumentare la quantità di radiazione solare che arriva all’acqua, riscaldandola con il rischio che vengano liberati molti composti a base di metano oggi bloccati sul fondo del Mare Artico dalle basse temperature. Come più volte sottolineato dall’Ipcc nei suoi rapporti, il metano è, infatti, un gas serra ancora più potente della CO2 il cui rilascio in dosi massicce potrebbe innescare un’accelerazione del riscaldamento che per alcuni rischia di diventare irreversibile. Oltre all’Artico, regioni come la Siberia e il Canada sono già colpite duramente perché lo scioglimento del permafrost, sta radicalmente cambiando il territorio e gli effetti si estendono a tutto l’emisfero.

«Non si tratta solo di preservare l’ecosistema artico – sottolinea lo scienziato – perché l’aumento delle temperature avrà un impatto fortissimo anche sulle produzioni alimentari, con effetti devastanti sul fronte dei prezzi e degli approvvigionamenti visto che la popolazione mondiale, e i suoi fabbisogni, continuano ad aumentare». Ai “climatoscettici” e a chi tende a minimizzare questi rischi Wadhams porta come esempio quello che succederebbe ai vini italiani nell’arco dei prossimi 15-20 anni: «I vini del Nord-Est diventeranno più forti, come quelli siciliani, e i vini siciliani assomiglieranno a quelli marocchini».

Agli impatti ambientali della crisi climatica vanno inoltre aggiunti quelli sanitari. Alcune settimane fa Renee N. Salas e Caren G. Solomon, rispettivamente del Massachussets General Hospital e dell’Harvard Medical School hanno documentato nel New England Journal of Medicine, l’impatto sanitario di un significativo aumento di temperature su dozzine di patologie, dalle allergie all’aumento delle epidemie e dell’incidenza delle malattie respiratorie e cardiovascolari fino ai disturbi psichiatrici. A questo vanno associati anche problemi nell’erogazione delle cure sanitarie, soprattutto per i malati più gravi. Lo scorso luglio, sulle pagine del prestigioso Journal of the American Medical Association Leticia Nogueira ha mostrato come l’aumento di eventi estremi come gli uragani sia correlato con una maggiore probabilità di decesso dei malati di tumore ai polmoni, che spesso necessitano di sistemi di aiuto alla respirazione.

Di fronte a questi rischi sono necessarie soluzioni su vasta scala. Vanno certamente cambiate le nostre fonti energetiche, privilegiando quelle a zero emissioni di CO2 come rinnovabili e nucleare, ma non solo. Lo scienziato britannico non esita a proporre approcci alternativi come il geoengineering, che punta a modificare il clima riducendo l’incidenza della radiazione solare: «A mio avviso il geoengineering è fondamentale come misura temporanea per i prossimi quindici anni per contenere il riscaldamento globale e darci il tempo di sviluppare infrastrutture in grande scala in grado di sequestrare la CO2 dall’atmosfera e stoccarla in maniera sicura. L’approccio che prediligo è l’arricchimento delle nuvole con particelle di acqua marina per renderle più brillanti e quindi in grado di riflettere una quota maggiore della radiazione solare, riducendo così la quantità di energia che raggiunge la superficie terrestre. Si tratta di un approccio molto sicuro, mentre alternative come l’immissione in atmosfera di grandi volumi di polveri presenta dei rischi e gli effetti a lungo termine sono imprevedibili. Il problema del geoengineering è che raffredda il pianeta ma non cambia la concentrazione di CO2 nell’aria». La partita che stiamo giocando è quindi una corsa contro il tempo per fermare la ritirata della banchisa artica. «Per farlo non basta rallentare l’aumento delle temperature – insiste Wadhams –: dobbiamo invertire il trend».