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Lazcano: “Com’era aliena la prima vita sul pianeta Terra”

Tuttoscienze / di Marco Pivato 

A scuola si insegnava che «vita» fosse una proprietà esclusiva degli esseri in grado di riprodursi. Ecco perché i sassi non sono viventi, mentre i virus sono da classificare a metà tra i viventi e le «cose», dato che non sono capaci di fare copie di sé autonomamente ma solo negli ospiti che infettano.

Oggi, però, non ci accontentiamo più di questa spiegazione e del resto anche le nonne non possono riprodursi, ma sono pur sempre vive. Secondo il biologo messicano Antonio Lazcano – professore alla School of Sciences dell’Università del Messico e ospite domani a Trieste Next – Festival della ricerca scientifica – è proprio questo il punto: senza una definizione esaustiva di «vita» risulta più difficile anche spiegare come sia nata dal nulla. Dobbiamo allora ripensare il concetto: non più come frutto di reazioni chimiche che la definiscano in senso classico, ma come «prodotto emergente» di processi evolutivi più lenti.

Professore, è passato quasi un secolo dalle prime indagini sulle origini della vita che teorizzarono il passaggio da molecole semplici a composti pre-cellulari nei mari. Quanto ne sappiamo in più oggi?

«In passato ritenevamo erroneamente che la presenza del “brodo” di molecole, precursori delle prime cellule, fosse una condizione rara e possibile a partire da elementi esclusivamente terrestri. Da quando, negli ultimi decenni, lo studio delle origini della vita non è più un affare elitario della sola biologia, ma un campo multi e inter-disciplinare di contributi – dalla chimica alla genomica, dalla geofisica all’astronomia -, abbiamo un quadro molto più ampio. Proprio gli eventi cosmici ci insegnano infatti che, con tutta probabilità, la Terra primitiva fu bombardata da un gran numero di meteoriti e comete che hanno lasciato composti extraterrestri ovunque, “speziando” ulteriormente quella “zuppa prebiotica” già presente».

E poi che cosa successe?

«Nel Novecento abbiamo ragionato molto sulle reazioni che possono avere trasformato gas e altra materia – presenti o pervenuti sulla Terra – in “mattoni” fondamentali per la vita, come amminoacidi, zuccheri e proteine, e anche sul ruolo di Dna e Rna. Chimica e biochimica ci forniscono ancora un ottimo modello per capire che cosa accade durante le trasformazioni organiche nei sistemi biologici complessi. Possiamo, per esempio, fare una buona descrizione di ciò che succede durante la fecondazione, con un esperimento in vitro. Tuttavia chimica e biochimica difficilmente – e ce ne rendiamo conto soltanto in questi anni – potranno svelarci il mistero dell’origine della vita. La vita, infatti, non è originabile in provetta, ma piuttosto è il prodotto di un lungo susseguirsi di dinamiche normative che si sono svolte in un contesto evolutivo, prova della natura resiliente della chimica della vita stessa».

Sta parlando di un processo simile a quello della mente, considerata da molti ricercatori come un «prodotto emergente» del cervello, irriproducibile da reazioni chimiche in un alambicco? Se, però, è così, dovremo accontentarci di una spiegazione solo concettuale dell’origine della vita e non più materiale?

«Ma è proprio così… Se vogliamo capire l’origine della vita, dobbiamo avere come modello quella che io chiamo una “narrazione storica”. Certo, questa deve essere coerente con la nostra comprensione dell’ambiente primitivo, dei vincoli chimici e fisici, delle proprietà dei sistemi biochimici e, naturalmente, dei dati genomici e paleontologici. Ma la risposta non la si trova in termini meccanicistici. L’evoluzione è una scienza storica, non una scienza di formule, e oggi ne abbiamo chiaramente una comprensione molto migliore di quella che avevamo in passato. Dunque, è da qui che ricominciamo».

Quali saranno i prossimi passi per approfondire le nostre conoscenze?

«Per capire la vita delle origini ci aiuterebbe innanzitutto avere una definizione condivisa di “vita” stessa. Non è cosa semplice. Abbiamo una definizione precisa di un numero immaginario, come per esempio la radice quadrata di un numero negativo, eppure – come ha sottolineato molto tempo fa il filosofo Immanuel Kant – questi concetti empirici possono essere resi espliciti, ma non definiti. Soltanto sviluppando una narrazione costante e logica della teoria dell’evoluzione potremo ottenere una comprensione, se non altro intuitiva, di che cosa sia la vita e contemporaneamente inquadrare meglio i suoi primissimi passaggi».

Lei ha definito l’astronomia come una disciplina utile per orientarci nel quadro più vasto della vita. Come giudica l’interesse della Nasa di indagare sulla vita extraterrestre? Quanta scienza è coinvolta e quanto, invece, marketing per alimentare il consenso verso i programmi spaziali?

«La Nasa definì da subito come uno dei suoi obiettivi lo studio della distribuzione della vita nell’Universo. Il programma spaziale americano, però, ha dovuto affrontare l’opinione dei critici già negli Anni 60, tra cui Martin Luther King, il senatore Edward Kennedy e l’ex sindaco di New York Ed Koch, il quale dichiarò di non potere “giustificare l’approvazione di denaro per scoprire se vi sia qualche microbo su Marte, quando so che ci sono ratti negli appartamenti di Harlem”. Inoltre sono molti gli storici a sottolineare che la Nasa nacque come risposta militare nel contesto Guerra Fredda e io lo ritengo abbastanza vero. Ma ritengo anche che, qualunque intenzione si celi dietro gli annunci, lo studio dell’origine della vita non sarebbe al livello di oggi senza il contributo della Nasa».

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