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Fermeglia: «Risorsa da salvare e fonte di ricchezza per Trieste e il mondo»

Corriere del Veneto, 20 settembre

«Il nostro obiettivo? Proporre al pubblico sfide di portata mondiale. Quest’anno abbiamo scelto un tema “trasversale” come il mare, con le sue problematiche e le immense potenzialità che offre». Il professor Maurizio Fermeglia, rettore dell’Università di Trieste, parla con entusiasmo della nuova edizione di TriesteNext, la sesta, che aprirà domani e proporrà forum, conferenze, faccia a faccia su un elemento primario della vita del pianeta: il mare. 

Risorsa naturale a rischio (fra inquinamento e mutamenti climatici) e fonte di lavoro per professionisti altamente specializzati. Uno dei simboli di Trieste, peraltro, con il suo porto capace di attrarre investimenti e traffici da ogni parte del mondo.

Professore, dopo aver trattato di cibo, acqua, energia e robotica cosa vi ha spinto a scegliere proprio il mare?

«Abbiamo scommesso su un tema originale, trasversale, e che caratterizza Trieste. Ogni qualvolta la città ha guardato al mare, sotto forma di investimenti, specializzazioni e ricerca scientifica, il ritorno è stato incredibile».

Del resto stiamo parlando di uno dei porti più importanti del Mediterraneo.

«Infatti. Lo dimostrano anche le politiche di sviluppo sostenute da Zeno D’Agostino (presidente dell’Autorità Portuale dell’Adriatico Orientale, ndr .). Quando arrivò si chiese: “Quali sono i punti di forza di Trieste?”. La vicina Capodistria può competere sui costi, ma non dispone di un sistema ferroviario adeguato. Trieste, invece, è finalmente ben collegata al resto d’Europa. È stato inoltre potenziato il traffico petrolifero, grazie all’oleodotto transalpino».

L’elemento economico, dunque, è fondamentale, ma il programma di TriesteNext guarda molto all’ambiente e al cambiamento climatico. Peraltro, pochi mesi dopo l’uscita degli Usa dal Trattato di Parigi. Vi proponete di offrire potenziali soluzioni?

«È la filosofia del nostro festival della scienza e della ricerca. La questione climatica non può essere trascurata, anzi. Pensiamo all’impatto biologico, su flora e fauna, dell’innalzamento dei livelli del mare e del calore accumulato dagli oceani o, nel nostro caso, dal Mediterraneo. Pensiamo anche a cosa accadrà con il raddoppio del Canale di Suez, alle specie aliene che potrebbero colonizzare i nostri mari. In questo senso, i temi in discussione nel festival potranno fornire idee e progetti».

Il parterre di relatori, d’altro canto, è invidiabile.

«Diciamo che sono gli ospiti che piacciono a me».

Il «sistema Trieste» è un’eccellenza quanto a ricerca e tecnologia. Quali sono le potenzialità economiche del mare?

«Le cito solo qualche dato: il sistema universitario di Trieste conta 35 occupati in ricerca ogni mille lavoratori. Si tratta di un record. La nostra città ospita anche il corso di Ingegneria Navale, uno dei tre in Italia. Il mare è un’immensa fonte di lavoro. Mi riferisco soprattutto alle professioni intellettuali e specialistiche, dagli ingegneri ai ricercatori. La manodopera di base, quella poco qualificata, si sposterà in continenti come l’Africa. E sono pronto a scommettere che l’India, in pochi anni, diverrà il polo mondiale di sviluppo di software e hardware. Noi dobbiamo cambiare prospettiva».

Il mare può avere un ruolo chiave?

«Eccome se ce l’ha! Lo sviluppo delle professioni specialistiche e la ricerca hanno potenzialità enormi».

Nel 2020 Trieste sarà Capitale Europea della Scienza. Come vi state preparando?

«Innanzitutto si tratta di un’opportunità irripetibile. Trieste è un polo scientifico internazionale e vogliamo che lo resti permanentemente. Abbiamo già organizzato gruppi di lavoro su tematiche specifiche, stiamo chiudendo trattative con multinazionali come Microsoft, Apple, Dell. Organizzeremo l’evento al Porto Vecchio costruito da Maria Teresa d’Austria per dimostrare come lungimiranza, coraggio, storia e tecnologia viaggino sullo stesso binario. E guarderemo all’internazionalizzazione, specie nei confronti dell’Europa dell’Est»

Una bella sfida per un ateneo del Belpaese.

«Pensi che due fra le principali università statunitensi hanno risorse per 7 miliardi l’anno, quanto l’intero sistema universitario italiano. Ma il nostro Paese, dalla sua parte, ha creatività, curiosità, passione, cultura e competenza. E spesso riesce ad eccellere».

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