Non solo soldi: le buone politiche si valutano anche per le loro ricadute sulla salute

Il lavoro e gli altri fattori sociali giocano un ruolo cruciale nel determinare la qualità della vita. Alcuni paesi hanno iniziato a includerli nelle politiche pubbliche, alla ricerca di un compromesso tra la produttività e il bilancio della sanità. Se ne parla a TriesteNext, in programma dal 22 al 24 settembre.

La letteratura scientifica non fa che ribadirlo: che piaccia o meno, la salute non è unicamente una questione di geni. Il quartiere in cui viviamo, il livello di istruzione, il reddito e perfino le nostre abitudini influenzano in maniera significativa la qualità della vita. Quanto? Abbastanza da indurre alcuni Paesi, come Regno Unito e Stati Uniti, a tenere in considerazione i cosiddetti determinanti sociali nel momento di introdurre nuove politiche sociali, indipendentemente dal fatto che esse impattino direttamente, o meno, sulla sanità pubblica. Le possibilità offerte dal raggiungimento di questa consapevolezza saranno protagoniste di uno degli eventi di TriesteNext, il festival della ricerca scientifica in programma dal 22 al 24 settembre nel capoluogo giuliano. Tra i relatori ci saranno Mauricio Avendano, professore associato di Epidemiologia sociale alle Università di Losanna e Harvard, Elena Meschi, professoressa di Economia politica dell’Università Milano-Bicocca e Ludovico Carrino, ricercatore in Economia pubblica all’Università di Trieste nonché visiting professor al King’s College di Londra.

Non valutare le politiche pubbliche solo per i loro effetti sul benessere economico

L’inclusione dei determinanti sociali nelle politiche pubbliche è una conquista relativamente recente. “Se non era considerata alla stregua della magia nera, poco ci mancava” sorride Carrino che chiarisce: “fino a vent’anni fa regnava un certo scetticismo tra gli economisti, che tendevano a valutare l’efficienza e l’equità delle politiche pubbliche guardando principalmente ai loro effetti diretti sul benessere economico. C’è voluto del tempo per allargare questa prospettiva e ammettere che una valutazione prettamente economica è incompleta: le politiche pubbliche investono moltissime dimensioni sociali, prima fra tutte la salute dei cittadini”.

Gli esempi si sprecano e riguardano perfino politiche apparentemente distanti dalla sfera sanitaria, come le riforme previdenziali, i progetti di rigenerazione urbana o la mobilità pubblica. Per restare a casa nostra, uno studio ha monitorato la salute mentale dei cittadini in risposta alla profonda opera di rigenerazione urbana di Torino in vista delle olimpiadi invernali del 2006. Nei quartieri interessati dalla riqualificazione, la prevalenza d’uso – cioè il numero di persone che ricevono la prescrizione per un determinato farmaco – degli antidepressivi è risultata significativamente più bassa rispetto ad altri, grazie soprattutto al miglioramento dei servizi presenti sul territorio. In virtù dei grandi database che possiede, il Regno Unito rimane però il banco di prova ideale per quantificare l’impatto delle politiche pubbliche sulla salute dei cittadini.

Due studi del 2018 e 2019 hanno valutato le ricadute sulla salute dei pensionati britannici in seguito alla riforma del 2006 che ha reso gratuiti per loro i mezzi pubblici. Tra gli anziani che hanno sfruttato la possibilità di viaggiare con biglietto gratuito è stata osservata una significativa riduzione del rischio di depressione e il miglioramento delle funzioni cognitive. La spiegazione è tanto banale quanto convincente: l’accessibilità dei mezzi pubblici ha stimolato i pensionati ad adottare uno stile di vita più attivo, a intrattenere relazioni sociali, a tenere allenato il cervello per districarsi tra orari, percorsi e cambi di autobus. E perché no, magari a concedersi una serata in teatro a cui prima avrebbero rinunciato.

Età pensionistica e salute mentale

Sempre da oltre Manica giunge un’analisi delle ricadute sulla salute mentale della riforma che, tra 2010 e 2016, ha progressivamente innalzato l’età pensionabile delle donne britanniche. Giustificata da esigenze di bilancio nonché dall’allungamento della vita media, la decisione era, almeno in parte, condivisibile anche da un punto di vista sanitario: lavorare costringe le persone a mantenere uno stile di vita attivo e a intrattenere relazioni sociali. Inoltre, la necessità di lavorare ci impone di prendere più a cuore la nostra salute.

Ciò nonostante, i ricercatori del King’s College hanno osservato che in circa un terzo delle donne – per lo più impegnate in mansioni pesanti e che godevano di scarsa flessibilità – il rischio di depressione clinica era aumentato di circa il 12% rispetto a donne di età simile ma non interessate dalla riforma. Cioè un’enormità, considerato che la salute mentale assorbe di già circa la metà del bilancio della sanità britannica e pesa fino al 5% del prodotto interno lordo del paese in termini di mancata produttività, farmaci e innumerevoli ricadute sociali.