L’AVVENTURA DELL’OPEN SCIENCE SI É SVELATA A TRIESTE NEXT

Come funziona e funzionerà la condivisione dei dati per affrontare le sfide globali, dalla pandemia ai cambiamenti climatici

Parola d’ordine: «open». La pandemia ha reso evidente l’importanza della condivisione, trasparente e tempestiva, dei risultati della ricerca scientifica per trovare risposte utili e in tempi rapidi alla crisi. Ha fatto emergere quanto sia importante collaborare a livello globale e mettere in relazione processi, metodi, dati, pubblicazioni, software, risultati raggiunti e conoscenze acquisite. Scopo: trovare soluzioni, rapide ed efficaci, per far fronte a situazioni complesse come l’emergenza sanitaria. Conoscere, quindi, il virus, capire come contrastarlo e come arginare il contagio…

Open science, dunque. Perché quanto più semplicemente può diffondersi la conoscenza, tanto più velocemente può progredire la scienza. Con impatti positivi su tutta la società. Ma che cosa significa, nella pratica, scienza aperta? E quali progetti e iniziative ne stanno accelerando l’attuazione? Se ne è discusso sabato 25 settembre a Trieste Next, il grande festival dedicato alla scienza e all’innovazione, nell’incontro «Open Science: le grandi sfide dell’umanità si affrontano insieme». Un’occasione speciale. Non solo per rivolgere uno sguardo anticonvenzionale sulla ricerca, ma anche per conoscere le politiche europee in materia.

L’accesso senza barriere al sapere scientifico è uno dei pilastri delle politiche della Commissione europea per migliorarne la qualità, l’efficienza e la competitività, oltre che per aumentarne la sostenibilità, diminuendo così il divario fra le aree più ricche del Pianeta e quelle più povere. «L’Europa ha definito l’open science e lo spazio aperto dei dati scientifici come obiettivi strategici e unificanti allo scopo di promuovere e supportare la ricerca, nella consapevolezza che la condivisione aperta pone una serie di sfide su tanti piani: tecnologico, giuridico, etico… Sfide che sta affrontando, investendo grandi risorse, anche nell’ambito del programma-quadro Horizon Europe, e promuovendo la creazione dello European Open Science Cloud, l’EOSC)». A spiegarlo è Giorgio Rossi, professore di fisica della materia all’Università Statale di Milano e membro dello «Steering Board» dell’EOSC. Ha sottolineato, infatti, che il cloud europeo per la scienza aperta è una pietra miliare del percorso europeo verso l’immensa rete dell’open science. Si tratta di una piattaforma che integrerà le infrastrutture di ricerca e digitali europee,  creando così un «Internet dei dati scientifici» e, una volta a regime, permetterà il processamento e il riutilizzo, «secondo regole concordate dalla comunità scientifica», di tutti i dati aperti provenienti dalla ricerca finanziata da fondi pubblici.

Un’iniziativa, insomma, attraverso la quale la comunità scientifica europea potrà condividere informazioni sofisticate e preziose, con l’obiettivo, sempre più ambiszioso, di mettere a sistema le competenze e le conoscenze sviluppate all’interno di enti di ricerca, università e infrastrutture e, perciò, di migliorare il ritorno degli investimenti.

«E’ uno strumento potente, dunque, per aumentare il volume della ricerca prodotto a parità di costo economico e infrastrutture», commenta Rossi. Del resto, «se si pensa al fatto che ci sono 1,7 milioni di ricercatori nell’UE che svolgono ricerche che valgono milioni, o addirittura miliardi, di euro, ogni dato di ricerca che non può essere facilmente riutilizzato è un’opportunità persa», puntualizza Tiziana Ferrari, coordinatrice del progetto EOSC-hub.

«I dati, però, affinché possano tradursi in una effettiva risorsa,- precisa Rossi, che a Trieste si è confrontato con Stefano Cozzini di Area Science Park, Marcello Dalmonte del Centro Internazionale di Fisica Teorica, Maria Teresa Leo di Sissa Medialab, Paolo Giommi dell’Agenzia Spaziale Italiana e Laura Patrizii dell’Infn – devono essere non solo reperibili e accessibili, ma anche interoperabili e riutilizzabili, cioè devono essere condivisi secondo i criteri cosiddetti FAIR (findable, accessible, interoperable, and reusable): lo sono tutti quei dati che hanno una forma adatta per essere letti e usati in diversi contesti e da parte di altri scienziati, anche di discipline diverse».

Il punto, secondo Rossi, è che tra crisi climatica e pandemia, solo una valida, protetta e controllata condivisione dei dati potrà consentirci di elaborare informazioni e strategie per affrontare situazioni così complesse. «A patto, tuttavia, di introdurre una rigorosa verifica di qualità dei dati che si condividono, in modo da evitare che il sistema di dati ad accesso aperto non diventi una sorta di caos, in cui informazioni affidabili convivono con fake news».