Mieli: «Pausa dal passato per raccontarlo meglio». Ok al Giorno del Ricordo

Il Piccolo / di Corrado Premuda

Ricostruire la Storia per raccontarla e tramandarla è operazione delicata e complessa. Se i documenti e le testimonianze, da una parte, forniscono la base essenziale per qualsiasi ricerca, bisogna tenere conto delle inevitabili dimenticanze e anche delle omissioni volute che circondano fatti e personaggi. La manipolazione della memoria, quindi, s’intreccia con la divulgazione storica e spesso la deforma. È questo uno degli argomenti del libro “La terapia dell’oblio” del giornalista e storico Paolo Mieli, che ieri al Molo IV ha conversato sull’argomento con Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva, e con Omar Monestier, direttore del Piccolo.

L’incontro ha concluso TriesteNext, la rassegna giunta con successo alla decima edizione, ed è stato la chiusura anche del festival archeo-storico Un mare di archeologia, organizzato dalla Società friulana di Archeologia, dall’associazione Musica libera e dal Centro regionale studi di storia militare antica e moderna.

L’appuntamento è stato introdotto da Pruneti: «Freud equiparava l’archeologia alla psicanalisi dato che la prima studia la storia dell’umanità e la seconda porta in luce il passato di una persona». Nel suo libro, Mieli sostiene che bisogna imparare ad archiviare il passato perché la quantità di informazioni ci sommerge e propone addirittura una festa della cancellazione, dal momento che gli archivi lievitano a dismisura e c’è il problema di reperire le informazioni importanti.

Monestier, sottolineando come in Italia ci sia in genere una cattiva memoria, domanda il perché del titolo. Risponde Mieli: «D’istinto mi è venuta l’idea di dare questo titolo, l’oblio è quasi una provocazione. Pensate alla artificiosa polemica politica di questa estate, quella sulla eliminazione del Giorno del Ricordo: si è verificata perché l’evento è scomodo, e questo ci fa capire quanto sia utile invece parlare delle foibe e dell’esodo e portare nelle scuole un argomento che dopo settant’anni provoca ancora reazioni urticanti. Durante la sacrosanta guerra di liberazione, anche da parte dei comunisti e dei titini furono commessi delitti efferati e il destino degli istriani e degli italiani del confine orientale è dipeso da loro. Per quarant’anni non si è trattata la questione. La polemica di questa estate era legata alla paura che nazisti e comunisti siano messi allo stesso livello. Per me l’oblio è quando si sospende la propria passione politica per guardare un argomento e lo si lascia lì affinché poi gli storici la analizzino con obiettività. Nel giudizio bisogna considerare le ragioni dell’altra parte e le colpe della propria visione politica, sia i torti dei vincitori che le ragioni dei perdenti. Oltre a Freud anche l’Odissea e la Divina Commedia trattano l’oblio come pratica risolutiva. Io non predico l’oblio definitivo ma una pausa edificante».

Per Monestier spesso i politici vogliono sostituirsi agli storici e questo inquina la Storia. «Esatto», risponde Mieli, secondo cui «è vero che l’estrema sinistra ha cercato di mitizzare a torto la resistenza, che invece è un fenomeno complesso, perciò adesso moltissimi italiani la reputano un fatto di parte, fastidiosa per chi vede i torti della sinistra, specialmente la sinistra dell’Est Europa dove sono stati attivi campi di concentramento. Dall’altra parte non è giusto mettere sullo stesso piano la Shoah e ciò che è successo agli italiani in queste terre coi comunisti, ma è sbagliato eliminare il Giorno del Ricordo: rimetterlo in discussione significa tornare indietro a quando non se ne parlava».

Il fascismo, lontanissimo dalle generazioni attuali, viene adesso riabilitato da qualcuno. Dice Mieli: «Ne siamo responsabili noi: per anni abbiamo raccontato il fascismo omettendo qualcosa, come se un gruppo di golpisti all’improvviso nel 1922 avesse preso il potere. Ma non è andata così: il Parlamento votò la fiducia al primo governo Mussolini e nel ventennio ci furono fasi diverse e a volte il fascismo godette di un consenso più diffuso di quello che abbiamo a lungo raccontato a scuola. Quando io faccio un documentario televisivo su fascismo e nazismo ricevo un’audience tripla al normale perché tutti pensano sia un argomento su cui c’è ancora qualcosa da scoprire, che ci siano particolari omessi. L’anno scorso Antonio Scurati ha pubblicato un libro su Mussolini che ha venduto moltissime copie: c’è voglia di riscoprire quel periodo in maniera alternativa, con le proprie forze. Ecco perché è importante una pausa di oblio».

Nella Storia ci sono episodi sopravvalutati e altri sottovalutati: un esempio? Mieli: «Quanti di voi sanno esattamente come è scoppiata la seconda guerra mondiale con gli accordi tra nazisti e comunisti sovietici che combattono insieme dal ’39 al ’41? Certo la seconda fase della guerra vede la sconfitta di Hitler a mano di eserciti che si alleano contro di lui ma ecco un esempio di quelle dimenticanze sospette: non è nascondendone una parte che si studia la Storia».

Monestier passa quindi all’oggi con le trattative tra Stato e mafia. Mieli: «Nei codici italiani non esiste il reato di trattativa. Lo Stato ha sempre lavorato così, in maniera sconosciuta ai cittadini. Ma nel ricostruire la storia d’Italia si inseriscono elementi che intossicano lo svolgere dei fatti, i processi poi danno una risposta ma in noi si sedimenta la sensazione che dietro ai gravi fatti ci sia un passato inquinato». Il governo Draghi giova all’Italia? «Draghi fa miracoli ma non vedo l’ora che l’elettorato si possa esprimere: è del 2008 che il popolo non dice la sua».