“Sosteniamo gli artisti afghani nella diaspora”: l’appello di Tahar Ben Jelloun

Lo scrittore, dopo aver criticato i Paesi arabi per il loro silenzio durante l’avanzata talebana, commenta le colpe dell’Occidente e chiede di sostenere la cultura afghana, ora che il regime estremista ne minaccia di nuovo l’integrità: “Il popolo non merita questa dominazione”

 

Lo scrittore franco-arabo Tahar Ben Jelloun è stato il primo a denunciare il silenzio del mondo musulmano di fronte alla repentina occupazione talebana dell’Afghanistan. Il 23 settembre sarà ospite a Trieste Next, al Molo IV alle ore 21, per inaugurare la decima edizione del Festival della ricerca scientifica (24-26 settembre) in una lectio, dal titolo Empatia o straniamento, con la docente di critica letteraria Sergia Adamo, docente all’Università di Trieste, l’ateneo che ha organizzato l’incontro. Anticipando alcuni temi dell’incontro, a un mese dall’orribile conquista di Kabul da parte degli estremisti, chiediamo a Jelloun:

Il silenzio dei Paesi arabi continua?

“I musulmani guardano a quel che sta succedendo in Afghanistan e non si muovono. Si sono zittiti. Sanno che la vittoria dei talebani è un pericolo non solo per la popolazione afghana ma anche per l’insieme del mondo musulmano. Se non reagiscono, è perché gran parte di quei governi non sono democratici e non consentono manifestazioni. Solo il Marocco ha risposto con le elezioni legislative dello scorso 7 settembre. Poco sorprendentemente, gli elettori si sono sbarazzati degli islamisti, al potere da dieci anni. I talebani sono più radicali dei partiti islamici come quelli in Marocco e in Egitto. Ma la stessa deriva è possibile, perché l’ideologia è quella wahhabita, che si basa sulla sharia per governare e che pratica un Islam caricaturale, radicale e fanatico. Anche i Fratelli musulmani spingono per la sharia come costituzione politica di uno stato. È una questione di sfumature. I talebani sono Fratelli musulmani che hanno deciso di fare della donna la schiava dell’uomo”.

La copertura mediatica sull’Afghanistan è stata criticata per aver indugiato a lungo sulla narrazione del “salvatore bianco” persino nella peggiore ritirata della storia recente. Quanto ancora siamo colonialisti quando parliamo di medio-oriente?

“È che gli occidentali in genere non capiscono che l’Afghanistan è da sempre ‘la disfatta degli imperi’. È un paese indomabile. Tutti gli stranieri che qui si sono avventurati hanno fallito. Joseph Kessel nel suo romanzo Les Cavaliers (1967) ha scritto: ‘Non troverete pietra in questo posto maledetto che non sia macchiata di sangue’. La partenza catastrofica delle truppe americane è davvero emblematica. L’America ha speso mille miliardi di dollari; è certo riuscita a sbarazzarsi di Bin Laden, ma non è riuscita a schiacciare la ribellione talebana. È partita lasciando il Paese in mano a degli uomini che si propongono una politica disastrosa fatta di regressione, schiavitù femminile e censura di tutte le libertà. ‘L’uomo bianco’ dovrà riconsiderare la sua missione. Non si è trattato di salvare le persone in pericolo o portare la democrazia, come sostenne Bush”.

In che modo possiamo aiutare dall’occidente la sopravvivenza della vera cultura afghana, ora che rischia di erodersi per la diaspora e l’occupazione talebana?

“La cultura e civiltà dell’Afghanistan sono importanti. E oggi vengono negate dai talebani. Cosa può fare l’Occidente? Accogliere gli uomini e le donne che sono riuscite a fuggire da questa dittatura oscurantista. Si teme che tra loro si nascondano dei ‘falsi’ rifugiati, ma è un rischio che dobbiamo correre. Bisogna informare la gente sui quotidiani. Tradurre gli scrittori e le scrittrici afghane. Ci sono nella diaspora afghana degli artisti esiliati come Kubra Khademi, una giovane pittrice molto audace. Ha tenuto una mostra a Parigi l’anno scorso con delle tele davvero spinte sul piano sessuale. La censura e la repressione fanno sì che gli artisti vadano oltre i limiti della creazione. Dobbiamo sostenere gli scrittori, i pittori e tutti quelli che hanno avuto la possibilità di lasciare Kabul. Se facciamo così non è colonialismo”.

Tutto l’Occidente è colpevole per la situazione attuale?

“La colpa è dell’America di Bush. È quel presidente ad aver voluto vendicare le morti dell’11 settembre. Non è invadendo l’Afghanistan che avrebbero potuto ritrovare gli autori dell’attacco, anche se Mohammed Omar e Bin Laden si trovavano tra le montagne del Paese. Il terrorismo non ha una patria. È ovunque ci siano delle falle”.

Alla fine le vittime del 9/11 sono stati gli afghani.

“Questo è certo ma sicuro. È il popolo afghano a esser stato punito nell’insieme. E non merita la dominazione talebana, anche se certi uomini condividono le loro idee per quel che riguarda la concezione delle donne, che subiscono da lungo tempo il patriarcato afghano, nascoste dietro il burqa e senza diritti. Che tutto il popolo debba vivere sotto la legge dei talebani però è una conseguenza a lungo termine dell’arrivo degli americani”.

Perché non abbiamo avuto lo stesso sentimento di fratellanza verso i siriani?

“La Siria è una tragedia totale. Hanno lasciato che Bashar al-Assad massacrasse il suo popolo. È stato aiutato dai russi, dagli iraniani, dai cinesi. L’America di Obama e l’Europa tutta si sono fatte da parte per Bashar, il più grande criminale del mondo arabo. Sono milioni i rifugiati siriani che cercano di sopravvivere. Hanno perso la patria e la casa e la loro sorte non interessa a nessuno. Bashar ha vinto. Vive tranquillamente nel suo palazzo e fa affari con le imprese per ricostruire il Paese. Un popolo era in pericolo e nessuno Stato è venuto in suo soccorso: questo la dice lunga sulla fraternità e la solidarietà”.

In che modo i francesi stanno accogliendo i rifugiati afghani?

“Il diritto d’asilo viene sempre più contestato dalla destra e dall’estrema destra. Il polemista Eric Zemmour ha detto che se diventerà presidente della Repubblica lo annullerà. Non ha alcuna speranza di farcela, ma molti a destra la pensano come lui”.

Di cosa parlerà a Trieste Next?

“Di immigrazione clandestina, razzismo, del traviamento dell’Islam, del ruolo degli intellettuali, di Europa e Maghreb… Ma spero anche di parlare di poesia e pittura, visto che sono i miei due argomenti preferiti”.