«I giovani hanno paura ma non manifestano più isolati da social e virus»

Lo scrittore Ben Jelloun inaugura stasera il festival dialogando su empatia e straniamento
«In un mondo sempre più violento la solidarietà è divenuta un fatto soltanto personale»

 

Daniele Lettig / triestePoeta, romanziere e giornalista nato in Marocco ma da anni residente in Francia, famoso anche nel nostro paese per opere come “Creatura di sabbia” e “Il razzismo spiegato a mia figlia”, Tahar Ben Jelloun sarà questa sera l’ospite inaugurale del festival Trieste Next, dialogando alle 21 al molo IV sul tema “Empatia o straniamento?” con la docente di Critica letteraria dell’Università di Trieste, Sergia Adamo. Monsieur Ben Jelloun, nel mondo di oggi, in cui soprattutto i più giovani sono spinti a pensare soprattutto a sé stessi e a non condividere lotte e rivendicazioni, c’è ancora spazio per l’empatia e l’azione collettiva? «La mia generazione ha conosciuto una giovinezza solidale, militante e preoccupata di cosa succedeva nel mondo. Va detto che negli anni ’70 intellettuali come Jean Paul Sartre, Michel Foucault, Jean Genet, Claude Mauriac e molti altri scendevano spesso in piazza per manifestare contro la guerra in Vietnam o il razzismo di cui erano vittime gli immigrati. Oggi non si manifesta più per cause universali, i giovani sono preoccupati per il loro futuro. Tutto fa loro paura – il clima, lo stato del Pianeta, le piccole guerre lontane – ma non manifestano la loro collera. Siamo nell’epoca fabbricata dai social network, nella società dello spettacolo di cui parlava Guy Debord». La pandemia e il lockdown hanno rafforzato l’empatia verso i nostri simili, o al contrario hanno fatto aumentare l’individualismo e la distanza dalle sofferenze sociali? «Ha sconvolto l’ordine delle cose. All’improvviso, un virus ha bloccato il pianeta. È difficile essere solidali in presenza di un contagio. Condannate all’isolamento e alla solitudine, le persone sono entrate in depressione, delle coppie si sono separate, dei giovani che avevano dei progetti hanno dovuto rinunciare alle loro ambizioni. Risultato: egocentrismo e paura. Non siamo ancora usciti da questo inferno, anche se le vaccinazioni aumentano». C’è un legame tra razzismo e mancanza di empatia? Perché in una società sempre più interconnessa, con molte possibilità in più di scambio e conoscenza, facciamo più difficoltà a essere empatici verso l’altro? «Il razzismo è vecchio come l’umanità. Da sempre, l’uomo ha diffidato dello straniero, chiunque esso fosse. Il sistema capitalista ha dato ai razzisti degli argomenti pseudoscientifici per esercitare l’odio. È stato il razzismo a inventare le razze: la razza nera, bianca, gialla non esistono. Esiste una sola razza, quella umana. Oggi, un giornalista e futuro candidato alle elezioni presidenziali in Francia (Eric Zemmour, ndr) usa nei suoi discorsi argomenti razzisti per guadagnare voti: dice che le razze esistono e non sono uguali, che bisogna vietare i nomi non francesi, e così via. L’empatia è una cosa rara. Esiste solo a livello personale, non in generale». La versione aggiornata del suo libro “Il razzismo spiegato a mia figlia” è uscita nel 2018. Se dovesse aggiungere una nuova postilla dopo altri tre anni, quale sarebbe? «Che confondiamo l’immigrazione con il pericolo. L’Europa ha bisogno di immigrati. Se domani, con una bacchetta magica, li facessimo tornare tutti nei loro paesi, l’Europa sarebbe sul lastrico, nulla funzionerebbe più. Detto questo, si fa confusione anche tra gli immigrati e i loro figli, alcuni dei quali sono delinquenti. I figli degli immigrati sono francesi, ma vengono considerati come stranieri pericolosi». Che cos’è che provoca straniamento, nel mondo di oggi? E a lei in particolare? Qual è il rapporto che si instaura tra straniamento ed empatia? «Oggi il mondo non è un luogo pacifico. C’è violenza ovunque. Anche un paese come il Libano, che era un crogiolo di coesistenza tra diverse religioni, è un paese fallito, perché la corruzione e le ruberie hanno finito per distruggere questa società che ama la vita e la libertà. Io provo empatia per il popolo libanese, ma esito a recarmi in quel paese, tanto i suoi problemi sono gravi e numerosi». Nel volume “Il terrorismo spiegato ai nostri figli” dice che le parole vanno scelte con cura. Come spiegare oggi la differenza tra resistenza e terrorismo? I talebani, ad esempio, o i palestinesi di Hamas, vanno considerati resistenti o terroristi? «No, i talebani sono dei terroristi che stanno facendo dell’Afghanistan una prigione. Considerano le donne come delle schiave, degli esseri inferiori. È l’orrore assoluto. I palestinesi di Gaza sono un popolo occupato e che vive sotto embargo: resistono a un’occupazione coloniale». Lei è venuto spesso in Italia nel corso degli anni. Pensa che il nostro paese sia diventato più intollerante con il passare del tempo? «In Italia, come nel resto d’Europa, l’Islam è un problema. È mal conosciuto, mal spiegato e gli stessi immigrati non conoscono bene la loro religione. C’è un grande malinteso. I musulmani dovrebbero fare uno sforzo per adattarsi a dei paesi in cui l’Islam non è la religione principale, ma dietro l’immigrazione ci sono fondamentalisti che traviano l’Islam e pianificano attentati in nome di questa religione. I musulmani dovrebbero reagire, e dire che il loro Islam non è terrorismo».