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Next chiude con il Nobel a quota 40mila

di Giovanni Tomasin, Il Piccolo, 28 settembre 2015

«In linea di principio non c’è nulla che non possa essere investigato». Vestito di scuro ma con indosso un paio di scarpe da ginnastica rosso fuoco, l’aspetto un po’ rocker di un ragazzino invecchiato bene, l’attuale premio Nobel per la medicina Edvard I. Moser ha chiuso in bellezza l’edizione 2015 di Trieste Next: il pioniere delle neuroscienze ha spiegato al pubblico dell’evento il modo in cui il nostro cervello riesce ad orientarsi all’interno di uno spazio tridimensionale, quello che alcuni hanno definito il “Gps biologico”. Una scoperta che apre un’infinita serie di nuove possibilità di ricerca. I numeri di Trieste Next 2015 È stato un finale adeguato per una manifestazione che ha confermato gli ottimi numeri dell’anno precedente: Trieste Next ha raggiunto i 40mila visitatori, dei quali 30mila sul solo campo di piazza Unità. L’evento ha anche consolidato la sua capacità di richiamo in città: un terzo dei visitatori veniva da fuori Trieste, il 7% dall’estero. Una coppia di scienziati Il norvegese Moser ha vinto il premio Nobel nel 2014 assieme alla moglie May Britt-Moser, primo del suo Paese a ottenere un simile riconoscimento. La coppia di scienziati ha studiato, basandosi in primis sul funzionamento del cervello del ratto e del topo, il modo in cui i mammiferi trovano il modo di andare da un posto all’altro, e come memorizzano le informazioni per ritrovare poi sempre lo stesso percorso. Le loro ricerche hanno identificato i diversi tipi di cellule che consentono al cervello di muoversi in uno spazio complesso, attivandosi a seconda della velocità, del posizionamento sugli assi cartesiani, della topografia del momento. «Si tratta di un sistema di posizionamento e di mappatura che esiste in diverse specie, e scommetto che si può riscontrarlo lungo tutto l’arco evolutivo dei mammiferi, forse anche fuori da esso». La particolarità di questo “Gps” è che «è la stessa parte del cervello che smette di funzionare correttamente nella maggior parte dei casi di Alzheimer». I risvolti medici Perché questa scoperta trovi un’applicazione medica, però, bisognerà aspettare: «Il nostro lavoro è una ricerca di base e si inserisce in un processo che richiederà molto tempo. Però siamo sul binario giusto – ha assicurato lo scienziato -. Capire come questo sistema funziona ci aiuterà a interpretare quel che accade al manifestarsi dell’Alzheimer. Il discorso vale anche per altre patologie che coinvolgono il cervello dal punto di vista sia biologico che psichiatrico». Il peso dell’esperienza Moser e la moglie, assieme alla loro squadra, stanno ora indagando la possibilità che il senso dello spazio sia “innato” o che invece dipenda dalle prime esperienze di vita: «Alcuni gruppi di cellule che fanno parte del sistema si attivano fin dai primi giorni – ha spiegato -, ma altre paiono invece richiedere più tempo. Probabilmente c’è una finestra temporale in cui l’esperienza influisce molto sul nostro sviluppo». Le intelligenze artificiali Lo scienziato ha parlato poi di un progetto per l’applicazione delle sue scoperte al mondo dell’informatica e della robotica: «Stiamo collaborando con l’università di Monaco per approfondire se sia possibile imparare qualcosa dal cervello nel momento in cui creiamo i computer di domani. Oggi i calcolatori sono velocissimi nel reperire informazioni ma, a differenza del cervello, non riescono ad elaborare le informazioni in parallelo su diversi canali comunicanti tra loro». Il fine del progetto è capire se il sistema possa essere imitato: «L’applicazione di modelli simili in informatica è ancora agli stadi iniziali. L’obiettivo per il momento è riuscire a fare muovere i robot all’interno dello spazio in maniera diversa rispetto a come fanno ora». Ricerca senza limiti Il mondo delle neuroscienze è in continua espansione: sta portando alla nostra concezione del mondo una rivoluzione di portata non dissimile a quella provocata dalla psicanalisi fra Ottocento e Novecento. Moser non pone limiti alle risposte che questo genere di ricerca è in grado di ottenere, e quindi alla possibilità di una spiegazione “integrale” del funzionamento del cervello: «In linea di principio penso che si possa investigare ogni cosa, non ci sono limiti. Ovviamente alcuni problemi sono molto più complicati di altri e non abbiamo ancora i concetti adatti a prenderli in analisi. Ma la mia opinione è che non c’è nulla che non possa essere investigato».