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Franco Coren (Ogs): «L’Italia a corto di navi per la ricerca antartica»

Corriere della Sera, 27 settembre

L’Italia potrebbe presto non possedere più imbarcazioni per la ricerca oceanografica. Strano destino per una nazione come la nostra, la cui storia è da sempre intrinsecamente legata al mare e che in Europa è seconda solo a Regno Unito per l’estensione delle proprie coste. Questo è l’allarme lanciato da Franco Coren, direttore della sezione infrastrutture dell’Ogs di Trieste, in occasione della visita del Corrier e alla nave Explora durante Trieste Next, manifestazione sull’innovazione e la ricerca scientifica diretta da Antonio Maconi, che si è svolta dal 21 al 23 settembre.

Di proprietà dell’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale di Trieste, Explora è l’unica nave italiana in grado di effettuare operazioni di ricerca oceanica in ambienti polari. Progettata e costruita per l’esplorazione geofisica, in modo particolare per l’acquisizione di dati sismici, gravitazionali e magnetici, Explora ha detto addio ai mari dopo l’ultima spedizione in Antartide nel mare di Ross dello scorso inverno, che ha condotto 22 ricercatori in aree della Terra che non erano mai state esplorate in precedenza.

Nonostante i due recenti refit, datati 2004 e 2016, a partire dal 2018 la nave non potrà più solcare le acque oceaniche, a causa dell’entrata in vigore di una normativa che fissa alcune nuove caratteristiche tecniche necessarie per le navi da ricerca oceanografica. «Effettuare un nuovo refit sull’Explora sarebbe controproducente, stiamo parlando di una nave che ha solcato i mari per 44 anni — spiega Coren —. Grazie alla crisi del greggio, le grandi aziende petrolifere si stanno liberando di molte imbarcazioni. Sarebbe un’occasione da prendere al volo, perché al momento i prezzi sono ancora abbordabili ma presto potrebbero risalire».

Conti alla mano, un’imbarcazione usata potrebbe costare circa 8 milioni di euro, a cui ne andrebbero aggiunti altri 3-4 per le strumentazioni tecniche necessarie. L’Italia deve però giocare le proprie carte per tempo. Il rischio potrebbe essere quello di essere tagliati fuori dallo scenario internazionale delle ricerche polari. Sullo scacchiere internazionale giocano la propria partita nazioni come la Germania che vanta un’imbarcazione per continente, la Cina che ha una flotta di ben dodici navi per la ricerca oceanografica e la Russia, che utilizza le proprie navi soprattutto a fini turistici.

«L’Italia ha dei fondi che potrebbero essere utilizzati — spiega Coren — ma le istituzioni si devono accordare: amministrazioni e istituti di ricerca devono lavorare insieme per un obiettivo comune. Sono ottimista, credo sia interesse di tutti trovare un accordo per portare avanti la ricerca oceanografica, specie in un momento nel quale essa può fornire risposte chiave per mitigare il cambiamento climatico».